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L’Europa tra Atene e Bratislava

05/ottobre/2016

Dopo la Brexit, l’UE è al lavoro per stabilire una tabella di marcia condivisa che unisca tutti nel progetto della nuova Europa dei 27. Obiettivo tutt’altro che facile.

Il 9 settembre Atene ospitava il vertice dei Paesi europei del Mediterraneo, un’iniziativa che ha inteso riportare il Mediterraneo al centro dell’Europa come regione di pace, sviluppo, stabilità e solidarietà. Una settimana più tardi, il primo vertice informale dei capi di stato e di governo dell’UE a Bratislava sul futuro dell’Unione europea. Entrambi i vertici miravano a unire tutti i Paesi europei in un’agenda di iniziative e soluzioni alle sfide comuni, quali migrazione, sicurezza e difesa, mercato unico e politica economica.

La Dichiarazione di Atene, promossa dal premier greco Tsipras, fa appello alla coesione e all’unità dell’Europa. In realtà, schiera su due fronti opposti Francia, Italia e Grecia, e la Germania anti-austerità. I premier Renzi e Tsipras, insieme al presidente Hollande, chiedono più spesa pubblica alle politiche di bilancio europee per rilanciare la crescita nei propri Paesi. La Germania, invece, si scaglia contro i “soliti giochetti”, a cui Manfred Weber, presidente del Partito Popolare Europeo, fa riferimento alludendo alle strategie alla greca per evitare di fare i conti con le regole di bilancio. La Dichiarazione di Atene, insomma, sembra unire soltanto i Paesi del sud Europa, ironicamente chiamati “il Club Med”.

Il filone apertosi in Grecia pone una serie di domande a cui l’UE dovrà trovare una risposta. Da una parte, la Grecia potrebbe essere poco credibile come portavoce di un’iniziativa anti-austerity, perché ha rispettato solo in parte gli accordi precedenti allo sblocco di 10 miliardi di prestiti dall’UE –  riforme in ambito di privatizzazione, pensioni, governance bancaria, settore energetico –  ricorre ancora al debito e tarda ad attuare le misure di rientro nei vincoli di bilancio. Dall’altra, è chiaro che alcuni Stati europei non sono più disposti ad accettare due pesi e due misure – la Germania supera la soglia di avanzi di bilancio e non reinveste il surplus all’interno dell’eurozona. Soprattutto, ci si chiede se la nuova Europa continuerà a dare priorità al controllo dei deficit di bilancio, piuttosto che agli investimenti per la crescita e alla cooperazione nei settori chiave. I leader degli Stati del sud Europa riportano all’attenzione il completamento dell’Unione bancaria e fiscale, gli incentivi agli investimenti a livello nazionale, il mercato unico digitale, l’Unione energetica e nuove strategie per l’industria e l’occupazione. Il premier italiano Renzi parla di “un nuovo modello europeo di ‘soft power’”.

La Dichiarazione conclusiva del vertice di Bratislava risponde, almeno in parte, a queste domande. Un clima più collaborativo ha permesso di individuare gli obiettivi che guideranno l’azione europea fino all’incontro di Roma nel marzo 2017, a 60 anni dalla firma dei Trattati: controllo delle frontiere esterne, sicurezza interna, mercato unico e opportunità per i giovani europei.

La cooperazione europea emerge in modo forte nel settore della difesa e della sicurezza comuni. L’Unione europea della difesa, cioè un meccanismo di difesa parallelo a quello della NATO, è un progetto che gli Stati Membri caldeggiavano da tempo, ma rimasto in stand-by a causa dell’azione di blocco da parte della Gran Bretagna. Quest’ultima, infatti, si opponeva a una politica europea di difesa che si sostituisse alla NATO. Posizione già superata in occasione della dichiarazione congiunta UE-NATO siglata lo scorso luglio a Varsavia.

Ora via libera alla cooperazione nell’ambito della Politica di Sicurezza e Difesa comune, sull’onda della presentazione della Strategia globale UE da parte dell’Alto Rappresentante Mogherini e delle crisi irrisolte di immigrazione e lotta al terrorismo. Ciò permetterebbe di sfruttare al meglio le opzioni già previste dal Trattato di Lisbona, come la cooperazione strutturata permanente, che consente agli Stati, che ne fanno richiesta e hanno adeguate capacità, di rafforzare la loro reciproca collaborazione nel settore militare.

L’Italia ha presentato il suo Piano Strategico sulla difesa europea, durante una riunione informale dei responsabili di difesa a Bratislava il 26 e il 27 settembre. Tale iniziativa completa, sul piano nazionale, gli sforzi della Commissione europea nell’ambito del Piano di Azione di Difesa europea, volto a rimuovere gli ostacoli che sinora hanno impedito la piena integrazione e la competitività nel settore della difesa europeo. Ad esempio, la duplicazione di capacità, risorse nazionali insufficienti e pochi investimenti in ricerca e sviluppo. Non è un caso se il primo intervento europeo è stato il Programma di Ricerca sulla Difesa europea, che realizzerà progetti a favore dell’autonomia strategica europea nel settore della difesa attraverso il prossimo Programma Quadro per la ricerca 2021-2027.

Il programma italiano punta sull’istituzione di risorse UE comuni per la difesa, la creazione di una Forza multinazionale europea spendibile non solo in missioni dell’Ue, ma anche per operazioni militari in ambito Nato e ONU, e la riorganizzazione dei gruppi tattici europei mai utilizzati fino ad ora. Il Piano Strategico italiano non si differenzia molto da quello presentato dai Ministri della difesa francese e tedesco, scenario che lascia presagire ulteriori spazi di integrazione e dialogo tra i Paesi europei su questioni attuali nel campo della sicurezza e della difesa, tra cui la creazione di un comando europeo civile e militare e la revisione del meccanismo di finanziamento dei costi comuni delle operazioni militari dell’UE (Athena).

Come si legge nel documento della Dichiarazione e Tabella di Marcia di Bratislava, “L’UE non è perfetta ma è lo strumento più efficace di cui disponiamo per affrontare le nuove sfide che ci attendono”.

Sabrina Iannazione

Stagista presso il Parlamento europeo (Bruxelles)

Trainee at the European Parliament (Brussels)

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