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SME Instrument, uno strumento per “pochi eletti”. Perchè vale comunque la pena di provarci

30/agosto/2016

Lo SME Instrument è la linea di finanziamento di punta per i progetti innovativi che coinvolgono le piccole e medie imprese. E’ uno dei pochi strumenti che assegna risorse a “fondo perduto” alla imprese, contro i molti che si limitano a concedere agevolazioni su prestiti. Inoltre, per come è impostato, stimola e promuove un paradigma di innovazione imprenditoriale di recente sviluppo, strettamente legato a fattori non solo economici ma anche e soprattutto sociali – nel senso ampio del termine – agganciando l’innovazione tecnologica al miglioramento delle condizione dell’ambiente socio-economico in generale. Da qui nascono i topics del programma che lanciano le “sfide” innovative nei campi dell’ICT, delle nanotecnologie, del welfare, dell’ambiente, del sociale e così via.

Ma come si caratterizza e soprattutto come funziona SME Instrument? Lo strumento prevede tre fasi distinte che hanno a che fare con il posizionamento dell’azienda e, soprattutto, del progetto che si intende presentare. Nella fase embrionale, quando il progetto è ancora a livello di idea o prototipo, solo testato in laboratorio e non ancora sperimentato a livello commerciale, la fase I fornisce uno stanziamento di € 50.000 per realizzare uno studio di fattibilità dell’innovazione in termini di upgrade tecnologico e soprattutto di commerciabilità. Tale fase può essere propedeutica o meno alla fase II in cui il progetto è già stato testato sul mercato (o almeno in un ambiente rilevante), la sua tecnologia è definita e la sfida risiede nella promozione dello stesso su larga scala. In questo caso il finanziamento può arrivare a coprire fino ad un massimo di € 3,5 milioni del costo progettuale, con un cofinanziamento minimo dell’impresa del 30% del costo. In ultimo la fase III è finalizzata ad accompagnare l’azienda con strumenti di coaching e consulenze alla ricerca di finanziatori privati, i c.d. equity funds. È evidente che il cuore dello strumento è la fase II, che in quanto tale copre circa il 90% dello stanziamento totale.

Tuttavia come già anticipato in premessa, lo strumento non è per tutte le SMEs: l’innovatività del progetto aziendale e il collegamento alle tematiche europee più sensibili sotto il profilo dell’innovazione ne caratterizzano i confini entro i quali selezionare i progetti adeguati. Per il biennio 2016-2017 a fronte di uno stanziamento complessivo intorno ai 570 milioni di euro sono stati selezionati 13 topics, dei quali due (1) Open Disruptive Innovation Scheme (progetti innovativi nell’ICT) e (10) Smart cities e mobilità, assorbono da soli la metà delle risorse stanziate.

SMEInstrument 2016-2017 topics description

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Perché nella premessa abbiamo parlato di uno strumento d’”elite”? La risposta la si può trovare nei dati di monitoraggio del programma riassunti di seguito relativamente alla fase II. Nel 2016 sono state avviate e concluse 3 procedure di presentazione e valutazione dei progetti (call di febbraio, aprile e giugno). Sono stati presentati complessivamente 2.715 progetti, dei quali solo 51 sono stati ammessi a finanziamento per un tasso di successo pari al 5,6% dei progetti risultati ammissibili sul totale di quelli presentati. Il tasso di partecipazione è aumentato nello stesso periodo del 116% passando dai 553 progetti presentita nella prima call ai 1.193 della terza. Conseguentemente il tasso di successo è sceso dal 8,5% della prima call al 4,7% della terza. In dettaglio i tassi di successo per ciascun topic.

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Ma allora, dati i bassi tassi di successo, a chi conviene partecipare e soprattutto perché? I dati non sono confortanti per i tanti che guardano a questo strumento come una opportunità agile per lanciare il proprio progetto di investimento: la competizione è così forte che assomiglia più ad un concorso a premi che non ad un finanziamento pubblico. Tuttavia ci sono diversi motivi per i quali partecipare a questo strumento è utile, a patto di mantenere le dovute accortezze.

In primis bisogna acquisire coscienza del fatto che lo strumento non è applicabile a tutte le imprese, ma solamente ad alcune di esse, che hanno in fieri un progetto innovativo e collegato alle topics di riferimento. In questo senso un primo esercizio da fare è quello di esaminare le problematiche che stanno dietro le topics di riferimento, facendosi aiutare dalle news, dai documenti strategici e dagli studi diffusi dalla Commissione Europea: occorre chiedersi come l’idea o proposta progettuale possa fornire una soluzione innovativa (nuova, diversa ed efficace) a tali problematiche: una tale analisi porta a definire potenziali sfide ed obiettivi del progetto.

Una volta definite problematiche, soluzioni ed obiettivi del progetto, ed averne avvalorato la coerenza ad uno dei topic proposti, il secondo passo decisivo è quello di verificare lo status della proposta progettuale in termini di maturità tecnologica (Technology Readiness Level) e di financial viability aziendale.

La prima condizione fa riferimento ad una scala di 9 livelli, sviluppata dalla NASA negli anni 70 che definisce il progresso di sviluppo della tecnologia presentata, dall’idea (liv. 1) alla mobilizzazione sul mercato (liv.9). Solo i progetti dal livello 6 (prototipo testato in un ambiente significativo) in avanti potranno accedere alla fase II. La seconda consiste nell’auto-sostenibilità finanziaria del progetto, condizione che può essere verificata agilmente con il test presente al seguente link[1]. In mancanza di queste due condizioni la partecipazione alla fase II è fortemente sconsigliata perché rischia di essere solamente una perdita di tempo e di risorse.

D’altra parte il possesso di entrambi i requisiti non garantisce la possibilità di essere ammessi al finanziamento, per la qual cosa occorrono altri presupposti, quali ad esempio:

  • L’innovatività relativa della soluzione progettata rispetto alle soluzione applicative esistenti.
  • La definizione di un piano di commercializzazione chiaro, realistico ed efficace.
  • La pianificazione di un contesto organizzativo adeguato al raggiungimento delle obiettivi programmati
  • La definizione di una proposta progettuale che sia in grado di mettere in adeguata evidenza tutti questi aspetti.

Vien da se allora che una proposta progettuale sì fatta, anche se il finanziamento non viene raggiunto, è comunque un importante “esercizio” per sviluppare e delineare una proposta progettuale di alto livello, spendibile anche su altri strumenti finanziari e di mercato. A ciò si aggiunge l’attestato di qualità “Seal of excellence” che viene comunque assegnato alle proposte valutate positivamente e non ammesse a finanziamento per insufficienza di budget, con l’idea che il marchio di qualità funzioni da autostrada per l’accesso ai finanziamenti europei indiretti messi in campo da Regioni e Stati Membri.

In tal senso ottenere una valutazione positiva all’interno di un programma così sfidante dà comunque luogo ad un credito di immagine alle imprese, oltre alla disponibilità di un lavoro tecnico sviluppato sulla proposta spendibile su altri fondi e segmenti finanziari.

Concludendo, le considerazioni sopra riportante in termini di spendibilità del lavoro fatto, di cui sono fortemente convinto, non cambiano il fatto che le risorse finanziarie messe a disposizione su questo strumento risultano troppo esigue: le occasioni di successo non sono solo risicate, ma sono anche in diminuzione, in relazione all’aumento delle domande presentate; se poi consideriamo che le domande non sono elevate, tenuto conto dell’ampiezza dell’area di riferimento, si capisce facilmente perché all’inizio di questo articolo si è parlato di eccellenze tra le eccellenze.

Tuttavia questa situazione comporta dei rischi che i servizi della Commissione preposti alla pianificazione e gestione del programma non dovrebbero sottovalutare. Il primo e più importante è il disengagement delle imprese: dopo aver fatto una campagna di sensibilizzazione sullo strumento a tutto campo, alimentando l’interesse e la curiosità delle imprese, confluita in una significativa crescita delle domande presentate, il rischio diventa quello di avere un effetto boomerang viste le scarsissime possibilità concrete di successo con i negativi ritorni di immagine a cui purtroppo l’Europa è incline da diversi anni.

Tale situazione, inoltre, può essere esasperata dal fatto che il programma richiama nella propria mission la ragione di superare le barriere all’accesso de finanziamenti per progetti innovativi di piccole e medie imprese nel contesto odierno in cui permangono restrizioni sul credito, soprattutto per in alcune aree e paesi. L’elevata competizione tecnica generata dalla scarsezza di risorse ha poco a che fare con la mission del programma e appare più vicina all’esigenza di andare a scovare le eccellenze tra le eccellenze in una sorta di concorso a premi.

Un aiuto alla Commissione in questo senso potrebbe venire dalle Autorità Nazionali e Regionali che, attraverso la gestione dei fondi europei a loro destinati, potrebbero offrire una chance di accesso al finanziamento anche a quei progetti valutati positivamente ma non ammissibili per insufficienza di budget. In tal mondo si eviterebbe di disperdere il bagaglio di know-how costruito da queste imprese ed il “Seal of Excellence” o certificato di qualità, di cui si è parlato brevemente sopra, ha proprio questo scopo. Ma su questo piano la domanda diventa un’altra: le Autorità Nazionali e Regionali avranno la volontà politica di valorizzare queste esperienze?

Di Dario Sterpa

Freelance consultant

 

 

[1] http://ec.europa.eu/research/participants/data/ref/h2020/grants_manual/lev/h2020-guide-lev_en.pdf (pagine 18 e seguenti).