• Oggi è: sabato, dicembre 15, 2018

Dall’emergenza alla normalità: il caso Riace

02/luglio/2016

Mimmo Lucano, sindaco di Riace (provincia di Reggio Calabria) racconta l’esperimento riacese di accoglienza e inclusione dei migranti. Riace, un comune di 1.800 abitanti è arrivato ad includere 550 cittadini immigrati, richiedenti protezione internazionale. L’esperienza di questo piccolo comune mostra come un paese del Sud Italia, che ha vissuto l’emigrazione dei giovani lavoratori locali, con i conseguenti fenomeni di spopolamento e declino demografico, ha saputo trasformare la sfida dell’arrivo di immigrati in opportunità di rinascita della comunità autoctona e del centro storico abbandonato. “Il mare sta partorendo esseri umani, e questo segna una svolta nella nostra comunità profondamente rassegnata”.

Nel 1998, da uno sbarco inatteso e quando ancora non c’era un quadro legislativo esaustivo su accoglienza e migrazione in Italia, Riace inizia a sperimentare l’accoglienza e lo fa partendo dalle risorse esistenti: le case che gli emigranti italiani avevano lasciato vuote diventano centri di accoglienza per chi scappa da guerre e persecuzioni. “Riace, nel silenzio, avvia un processo di politica di inclusione, sulla base di una dimensione culturale connaturata alla storia della Calabria. Non abbiamo risposto con indifferenza, nonostante le nostre problematiche sociali ed economiche”. Grazie all’arrivo dei rifugiati, la scuola di Riace ha potuto riaprire, e con essa si è riattivata l’economia locale che l’esodo dei cittadini italiani aveva spento. I migranti non sono stati messi ai margini della società, in quartieri ghetto o baraccopoli, ma in pieno centro storico che è stato, così, protagonista di un processo di recupero strutturale. L’immigrazione da problema è diventata una soluzione. Ha permesso a un territorio di uscire dalla marginalità e di aprirlo al mondo.

Lucano parla di dramma, un dramma che si legge negli occhi di persone che, a differenza dei nostri emigranti, hanno perso la speranza di tornare un giorno nella loro terra. Queste persone vivono un doppio trauma: quello della separazione dalla terra di origine e quello di arrivo in una terra nella quale sono percepiti e trattati come un peso. Qui, perdono di nuovo la speranza di ricominciare una vita diversa. “Spesso si accolgono le persone con i cani poliziotto e con misure di sicurezza. L’Europa oggi non riesce a dare soluzioni concrete: alza muri e barriere”. Le parole del sindaco di Riace aprono una riflessione sull’inadeguatezza delle politiche europee in materia di migrazione e riportano l’attenzione sull’approccio fallace che lega sicurezza e migrazione indissolubilmente.

Come politici, dobbiamo avere il coraggio di contribuire a smuovere le coscienze”. Spesso né a livello politico né a livello sociale ci si pone le giuste domande. Si mettono sotto accusa i problemi, o meglio le persone che sembrano causare tali problemi, senza interrogarci su quali fattori hanno portato allo stato di fatto attuale, ovvero l’origine della migrazione, le dinamiche della colonizzazione, gli effetti del neoliberismo economico; insomma, tutto ciò che si nasconde dietro questa fantomatica ‘emergenza’ raccontata sempre in termini catastrofici dai media. Il modello riacese dimostra che quella che viene definita un’eccezione dovrebbe essere una normalità fatta di solidarietà e umanità. Ma soprattutto, che un territorio difficile come quello calabrese è riuscito ad affrontare l’emergenza con le risorse disponibili, seppur scarse. Non ci sono scuse, dunque, che reggano l’incoerenza delle soluzioni intraprese finora; soltanto molta indifferenza di fronte alle sofferenze umane. Come ricorda Lucano nel suo intervento, la normalità dovrebbe essere fatta di relazioni umane capaci di guardare al  di là di pregiudizi e barriere. Se non mostriamo questo coraggio, rischiamo di essere noi a non avere speranze di realizzare davvero crescita, sviluppo, giustizia sociale e democrazia.

Le parole del sindaco Lucano, oggi, risuonano come un monito alle vecchie e alle nuove generazioni europee. Ripartire dal basso servirà a ridare senso al progetto europeo, attualmente in crisi, come ha dimostrato la Brexit, che proprio del ‘problema’ dell’immigrazione si è fatta scudo per mostrare tutti i limiti dell’Unione europea.

L’esperienza riacese raccontata dalle parole di Mimmo Lucano emerge come un modello unico e difficilmente replicabile. Nata in un contesto in cui il quadro legislativo in materia di asilo e migrazione era ancora molto snello, Riace ha potuto davvero sperimentare una forma di accoglienza e integrazione ‘su misura’, scaturita dal contesto specifico e adattata alle sue esigenze peculiari di ripopolamento e riqualificazione del centro storico urbano. Non ha dovuto, quindi, rientrare in rigidi schemi o quote istituiti dalle norme successive.

Tuttavia, se il modello riacese non è replicabile tout court, i suoi effetti possono essere diffusi in altri comuni italiani o europei: gli effetti di un’accoglienza integrata capace di armonizzare le divergenze esistenti a livello sociale ed economico, sfruttando risorse e potenzialità già presenti sui territori.

Il messaggio finale che Riace ci lascia è quello dell’umanità della normalità e ci dice anche che troppe norme o burocrazie possono intralciare la normalità, se non rispondono ai bisogni e alle capacità dei singoli territori.

Riace – simbolo di una umanità della normalità – mostra anche che norme e burocrazie ottuse, che non rispondono ai bisogni e alle capacità dei territori, intralciano la normalità e frenano iniziative spontanee, che sorprendono per capacità ed efficienza.

 

Sabrina Iannazzone

Stagista presso il Parlamento europeo (Bruxelles)

Trainee at the European Parliament (Brussels)