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Migrazione Italia e Europa: tra sfide e opportunità

10/giugno/2016

I crescenti flussi migratori diretti in Europa, il disastro umanitario nel Mediterraneo e la crisi dei rifugiati in Siria chiamano in causa l’Europa nella gestione congiunta di sfide comuni, quali sicurezza delle frontiere esterne, tratta degli esseri umani e politica europea di asilo e migrazione legale. La Commissione europea ha elaborato una risposta coordinata attraverso l’Agenda europea sulla migrazione.

Le misure previste, da una parte, marcano un superamento del sistema Dublino, inadatto alla gestione coordinata della migrazione e delle richieste di asilo e contrario ai principi di solidarietà e di equa ripartizione delle responsabilità tra gli Stati Membri (articolo 80 TFUE). Dall’altra, hanno portato ad alcuni risultati critici; non ultimo, il Piano di Azione UE-Turchia. Tale piano, messo in atto per arginare il flusso di rifugiati siriani diretti verso l’Europa, delega alla Turchia la gestione della protezione temporanea dei rifugiati siriani, in cambio di aiuti finanziari (6 miliardi di euro) e della ripresa del processo di liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi. In particolare, i migranti irregolari, e cioè quelli che non presentano domanda di asilo in una delle isole greche o la cui domanda non viene ammessa ai sensi della direttiva sulle procedure d’asilo, saranno rimpatriati in Turchia. In più, per ogni siriano rimpatriato in Turchia dalla Grecia, l’UE assicura il reinsediamento di un altro siriano ‘regolare’ dalla Turchia a uno degli Stati Membri.

Il Parlamento europeo si è espresso a favore di un approccio globale dell’UE in materia di immigrazione. Infatti, la risoluzione del 12 aprile 2016 sottolinea proprio la necessità di una risposta unitaria e a lungo termine in materia di ricollocazione dei richiedienti asilo fra gli Stati Membri, di traffico dei migranti e di gestione delle frontiere interne ed esterne dell’UE. La ricollocazione dei migranti, ovvero il trasferimento dei richiedenti o dei beneficiari di protezione internazionale da uno Stato membro all’altro, è stato per mesi un tema caldo in Europa, considerato il flusso consistente di migranti verso Italia e Grecia come Paesi di primo arrivo e, come tali, competenti, secondo il regolamento di Dublino II, nell’esame delle domande di protezione internazionale dei richiedenti asilo. Anche il Consiglio, tramite due decisioni (2015/1523 e 2015/1601), ha messo in evidenza la necessità di una distribuzione equa dei richiedenti asilo tra i vari Stati Membri, prevedendo una deroga temporanea al sistema Dublino sull’attribuzione della competenza. In breve, si profila sempre più l’esigenza di una risposta omogenea e vincolante a livello europeo in tema di asilo, ricollocazione e reinsediamento come opzione per assicurare che rifugiati in situazione di pericolo abbiano sempre accesso al territorio dell’Unione. A tal proposito, la risoluzione del Parlamento suggerisce un sistema europeo di quote obbligatorie di rifugiati, calcolate in base al numero totale di richiedenti asilo nell’UE.

L’Italia ha dato il suo contributo presentando il Migration Compact, in un’ottica di approdo a  una strategia europea per l’azione esterna in materia di migrazione. La proposta individua come punto di partenza le sfide di insicurezza e instabilità regionale nei Paesi di origine e di transito della migrazione, specialmente le rotte africana e mediorientale. In particolare, la Libia, riconosciuta come una delle fonti maggiori di instabilità per l’Italia e per il Mediterraneo, è una delle priorità assolute del Migration Compact ai fini della stabilizzazione politica dei paesi di transito e della gestione dei flussi di rifugiati e migranti. Il caso della Libia è delicato a causa dello scarso controllo del territorio da parte del governo e del basso livello di rispetto delle leggi e dei diritti umani; fattori che, oltre a dare man forte alle reti terroristiche, espongono i migranti in transito a estorsioni criminali e violenze fisiche.

Il Migration Compact non contempla solo Libia. Infatti, propone una serie di strumenti di riequilibrio delle aree interessate da instabilità cronica: partenariati mirati al finanziamento di progetti di investimento, soprattutto nel settore delle infrastrutture, attraverso gli strumenti finanziari esistenti o la creazione di un nuovo fondo per gli investimenti nei Paesi terzi; obbligazioni EU-Africa per favorire l’accesso dei Paesi africani ai mercati di capitale esteri e il re-investimento delle rimesse provenienti dall’Europa; opportunità per i migranti regolari assicurate grazie ad iniziative quali quote di ingresso per i lavoratori, programmi di formazione e di integrazione professionale e sociale dei cittadini terzi negli Stati Membri. Nuove opportunità in cambio di cooperazione serrata nel settore della sicurezza, come controlli più efficaci delle frontiere e supporto nelle attività di ricerca e salvataggio, e di un sistema logistico di gestione dei flussi che avrebbe il compito di verificare in loco lo status di rifugiato o migrante economico e attuare le dovute misure di reinsediamento in Europa, per coloro che necessitano di protezione internazionale, e di rimpatrio, per i migranti irregolari.

Al di là delle azioni proposte, il Migration Compact valorizza l’esigenza europea di un approccio olistico alla migrazione e alla mobilità internazionale, che includa iniziative concrete di revisione e riforma della legislazione esistente (la partnership UE-ACP, ad esempio) alla luce delle priorità attuali, e di cooperazione tra i principali Paesi e le istituzioni coinvolti.

Il Migration Compact italiano ha dato un notevole contributo all’elaborazione della neo-strategia europea, nota come “New Migration Partnership Framework” con i Paesi terzi, presentata il 7 giugno 2016 dalla Commissione europea, sotto il cappello dell’Agenda europea sulla migrazione.

L’Europa si è resa conto che ‘il problema’ dei migranti non si risolverà finché i paesi di origine e di transito dei flussi migratori non saranno sostenuti a livello di sviluppo interno e di gestione dei rifugiati. Pertanto, il nuovo quadro di parteneriato per la cooperazione transfrontaliera con i Paesi terzi in materia di immigrazione segna un nuovo approccio orientato al risultato. Stati Membri, Istituzioni EU e Paesi terzi sono chiamati a cooperare nella gestione delle ondate migratorie. Sono previsti accordi su misura che tengono conto delle circostanze specifiche di ciascun paese partner, se paese di origine o di transito o se  ospita una grande popolazione di rifugiati. I paesi prioritari saranno Giordania, Libano, Niger, Nigeria, Senegal, Mali ed Etiopia. A seguire, un rinnovato impegno con la Tunisia e la Libia. Per cominciare, l’attenzione sarà focalizzata sul miglioramento della gestione delle frontiere e della migrazione di terra. La Commissione europea ha già annunciato 6 milioni di euro per per sostenere gli sforzi di stabilizzazione in Libia. Inoltre, 5 milioni di euro andranno al Fondo Stabilizzazione per la Libia che si pone l’obiettivo della riabilitazione delle infrastrutture primarie nelle zone colpite dal conflitto. A sua volta, questo permetterà la riapertura dei servizi fondamentali a livello comunale, appoggiando gli sforzi del paese per stabilizzare la situazione politica generale in Libia e per riavviare le attività economiche.

Frans Timmermans, primo Vice-Presidente della Commissione, ha dichiararo durante la sessione plenaria a Strasburgo il 7 giugno 2016: “Pensiamo di poter replicare al di fuori dell’Europa il successo del nostro Fondo interno europeo per gli investimenti strategici, in modo che a breve potremo proporre un nuovo fondo d’investimento estero al fine di attirare investimenti privati in paesi in via di sviluppo, a cominciare da Africa e Paesi di vicinato dell’UE. Per questo, mobiliteremo 3,1 miliardi di euro, che dovrebbero innescare un investimento complessivo di 31 miliardi, che potrebbero anche diventare 62 miliardi se gli Stati membri e altri partner decideranno di unirsi al contributo dell’UE”.

I migranti non sono solo fonte di problemi ma anche  di opportunità per gli Stati ospitanti. La categorizzazione eccessiva dei migranti in regolari, irregolari, rifugiati, richiedenti asilo, migranti per lavoro, migranti altamente o poco qualificati, rischia di rallentare la gestione efficace e coordinata di un fenomeno che da sempre segna la storia dell’uomo. Il rischio è, da una parte, di legittimare una scrematura tra i migranti di serie A, che scappano da guerre e/o altre situazioni in cui la propria vita è messa in pericolo e che non possono tornare al Paese di origine, e migranti di serie B che scelgono di lasciare il Paese di origine per motivazioni di carattere economico, ad esempio. Dall’altra, a livello normativo, esiste il rischio che i richiedenti asilo e i migranti economici siano entrambi accomunati nella macro-categoria delle leggi sulla migrazione. Senza contare che un potenziale rifugiato diventa automaticamente profugo o migrante irregolare, se si trova nella condizione di non poter chiedere protezione internazionale.

La migrazione è, o dovrebbe essere, un diritto inalienabile per tutti. Soprattutto, è una questione globale, transnazionale e trasversale, in quanto ha implicazioni di natura politica, sociale, economica, normativa, senza trascurare il diritto al rispetto dei diritti umani. Per tale ragione, la politica europea in materia di migrazione ed asilo non potrà condurre a risultati visibili senza un’operazione di riforma e di funzionamento in sinergia con altre azioni e politiche, quali la Politica estera e di Sicurezza comune, la Politica europea di Vicinato, i programmi per la cooperazione allo sviluppo, l’occupazione e l’istruzione. La Strategia Globale sulle politiche per la Sicurezza e gli Affari Esteri per l’Unione europea lanciata dall’Alto Rappresentante dell’Unione per Sicurezza e Affari esteri, Federica Mogherini, è un primo passo nella direzione di una politica europea che collega vari aspetti interconnessi, quali sicurezza e difesa, sviluppo economico, migrazione, lotta al terrorismo, sicurezza informatica, energia e cambiamento climatico.

La crisi dei rifugiati in Europa è molto più che una crisi di capacità di assorbimento dei richiedenti asilo. Secondo i dati Eurostat e UNHCR, i 28 Stati Membri, insieme a Svizzera e Norvegia, hanno accolto 310.140 rifugiati siriani, nel periodo compreso fra febbraio 2011 e settembre 2015. La Turchia quasi due milioni di persone; il Libano 1.113.941 e la Giordania 629.245. Piuttosto, siamo di fronte a una crisi di natura politica e culturale che potrà attenuarsi solo con buone prassi di integrazione economica e inclusione sociale tra chi migra e chi accoglie, insieme ad azioni di prevenzione dei conflitti e di sviluppo dei Paesi di origine dei rifugiati. Il dibattito europeo sulla sicurezza dei confini interni ed esterni deve andare di pari passo con il rispetto dei diritti umani, primo fra tutti la garanzia di accesso alle procedure di richiesta di asilo alla frontiere esterne, evitando casi di “refoulement” arbitrari, che si aggiungono a una già incompleta attuazione del Sistema europeo di asilo (CEAS) fra tutti gli Stati Membri, che ha impedito di creare un sistema uniforme di asilo valido in tutta l’UE.

Le politiche migratorie europee si sono finora concentrate su risposte più repressive che inclusive, che hanno alimentato e si sono alimentate di un crescente sentimento xenofobico ed estremista in diversi Stati Membri. Tuttavia, è nell’interesse dell’Unione europea e dei suoi cittadini garantire uno sviluppo armonioso delle società. Ciò non sarà possibile nel lungo termine senza politiche volte all’integrazione sociale ed economica, sia dei migranti economici che dei rifugiati, e senza la concessione agli stessi di pari trattamento nell’accesso al mercato del lavoro e all’istruzione. La lotta al terrorismo, spesso associata alla gestione delle migrazioni, non può essere condotta a forza di pratiche discriminatorie contro i migranti, ma, come ha ricordato Federica Mogherini nella comunicazione di una strategia europea per le relazioni internazionali culturali, “la cultura deve essere parte della nostra politica estera: è un potente strumento capace non solo di costruire ponti fra le persone e incoraggiare la comprensione reciproca, ma anche di favorire lo sviluppo economico e sociale. Di fronte a sfide comuni, la cultura può aiutare Europa, Asia, Africa e Medio Oriente, a stare insieme e combattere insieme la radicalizzazione”.

di Sabrina Iannazzone

Trainee at the European Parliament