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Un’agenda per le città europee

23/aprile/2016

L’Associazione Europa 2020 si è recata al seminario organizzato dalla Banca Europea degli Investimenti e dall’intergruppo parlamentare “URBAN” il 6 aprile 2016. Il seminario, tenutosi presso la sede della BEI, ha toccato il tema delle città europee di fronte all’emergenza dei rifugiati. Due temi importanti, quello dello spazio urbano e dei rifugiati, che si sono uniti in un solo dibattito, al quale sono intervenuti diversi rappresentanti delle Istituzioni europee.

Jan Olbrycht, presidente dell’intergruppo URBAN – piattaforma che raccoglie opinioni dai diversi gruppi politici – ha subito posto l’accento sulla necessità di una politica urbana europea. La città, in Europa, è notoriamente luogo di investimenti, ricerca, ma anche di crescenti disparità. Perciò, secondo Olbrycht, rispondere ad alcuni interrogativi, e cioè quali sono le conseguenze della crisi migratoria sulle città europee e come affrontare nuove forme di urbanizzazione, aiuterebbe ad alleviare l’impatto dell’emergenza migranti nell’UE. Olbrycht ricorda come la cosiddetta “EU Urban Agenda”, lanciata attraverso il Patto di Amsterdam proposto durante la presidenza olandese 2016, sia il risultato di un lungo processo che ha coinvolto Stati Membri, città, Commissione europea e altri portatori di interesse. Del resto, anche la vasta platea degli invitati ci dimostra che questi sono temi cruciali e non soltanto per il Parlamento europeo.

Marta Cygan, della DH Home, riferisce che la politica migratoria si basa su un’esperienza ancora troppo breve in Europa. Nondimeno, è stata indicata da Juncker come una delle priorità della Commissione. Dato il recente record, in termini numerici, di migranti irregolari che entrano in Europa, è chiaro che le priorità ora sono l’immigrazione illegale e l’integrazione. L’integrazione, in realtà, dice Cygan, è una responsabilità degli Stati Membri. Un esempio brillante è la gestione della città di Amsterdam. La DG Home prima della crisi forniva solo raccomandazioni sulla base della sua esperienza e delle priorità europee. Ora si trova di fronte ad una serie di sfide comuni e spesso ancora irrisolte: maggioranza di migranti in alcune cittadine; una migrazione temporanea e in continua evoluzione che rende difficile implementare una strategia permanente di integrazione; l’impatto sul mercato del lavoro; l’accesso all’istruzione. Negli ultimi mesi, le città europee hanno dato prova di solidarietà e soluzioni innovative, ma le difficoltà restano, anche e soprattutto, a livello amministrativo. Una delle sfide, infatti, è mettere d’accordo i diversi livelli di governance: locale, regionale, nazionale ed europeo. Per esempio, gli interlocutori di DG Home sono gli Stati Membri, nonostante le regioni conoscano meglio le proprie necessità. Un altro punto importante è il budget. L’integrazione deve essere una voce di spesa del budget e bisogna evitare che i fondi destinati alle città in situazioni di emergenza vengano utilizzati per altri motivi. Al tal proposito, Marta Cygan si chiede come gestire i fondi strutturali per rispondere alla crisi in modo efficiente e continuo, dal momento che la Politica di Coesione 2014-2020 prevede un investimento sulla dimensione urbana.

Eleni Paleologou, DG Regio, sottolinea che l’agenda urbana europea è un work in progress al di fuori del quadro della Politica di Coesione. Tuttavia, è pur vero che il 5% del FESR deve essere stanziato a livello nazionale per azioni concrete rivolte allo sviluppo urbano sostenibile. L’ultima parola spetta agli Stati Membri, sui programmi adatti per raggiungere lo scopo. Punti chiave per lei sono integrazione e inclusione sociale, insieme alla cooperazione tra città europee e lo scambio di buone pratiche. Dal punto di vista della BEI, come evidenzia l’intervento di Gerry Muscat, capo del dipartimento per lo sviluppo urbano, le città sono clienti molto importanti per la banca; direttamente, indirettamente tramite prestiti alle banche, o in modo mirato con investimenti focalizzati su settori specifici. Anche la BEI rimarca il ruolo fondamentale della collaborazione tra i diversi livelli di governance. Ciò soprattutto in considerazione del fatto che le città hanno bisogno di risposte flessibili che si adattino alle proprie esigenze. Le città sono quasi sempre la prima linea dei migranti e i comuni devono affrontare non solo la prima accoglienza, ma anche l’insediamento e l’integrazione. Gerry Muscat avanza l’ipotesi di una possibile convergenza di fondi BEI ed UE.

Testimonianze di esperienza diretta arrivano da Hella Dunger-Löper, Segretario di Stato, rappresentante del Land di Berlino al governo federale, e da Mark Boekwijt, rappresentante UE della città di Amsterdam. Hella Dunger-Löper suggerisce che l’agenda urbana europea diventi uno strumento vincolante per i paesi europei. Non si può ignorare, infatti, che il 70% della popolazione europea viva in città. A suo avviso, le città europee non hanno bisogno di nuovi strumenti o altre soluzioni, ma solo di implementare quelli esistenti. La politica di integrazione dei migranti regolari era sul tavolo della Commissione anche prima della crisi dei rifugiati. Da chiamare in causa, piuttosto, una chiara e risolutiva risposta politica delle città e soluzioni diverse per la gestione dell’immigrazione clandestina.

Mark Boekwijt porta la sua esperienza, dicendo che occorre conoscere le persone chiave delle varie comunità all’interno delle città, per prevenire e affrontare la radicalizzazione. Bisogna creare dei ponti di collegamento tra le diverse comunità e mettere in risalto i punti in comune. Le città hanno il dovere di facilitare questi scambi e risolvere le disparità. Il fatto che, dopo 10/15 anni dal loro arrivo, i rifugiati abbiano ancora difficoltà a trovare lavoro è un dato lampante. Alcune iniziative positive sono state già messe a punto. Europa Creativa, per esempio, che può finanziare le attività dove i rifugiati danno un contributo importante per la diversità culturale in Europa. La cultura, in questo caso, è stata riconosciuta come elemento di incontro, scambio e integrazione tra le comunità. In breve, seguire l’esempio dell’Olanda: la migrazione rappresenta una chance e non necessariamente un problema.

La Commissione, in sede di dibattito, suggerisce di ristrutturare i fondi destinati per gli aiuti umanitari, di modo che una parte sia destinata per le emergenze all’interno delle città europee. La Commissione ha già discusso di come ottimizzare l’utilizzo del Fondo Sociale Europeo e del Fondo di aiuti europei agli indigenti per sostenere l’integrazione, sia a livello sociale che lavorativo, dei richiedenti asilo e dei rifugiati e lo scambio di buone pratiche in questo campo.

Infine, due interventi dal settore delle associazioni. Carlos Mascarelli Vilar, dal Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa, e Thomas Jezequel, leader del dossier sui rifugiati per Eurocities. Carlos Mascarelli Vilar evidenzia che, quando si parla di emergenza rifugiati nelle città europee, non si tratta soltanto di integrazione, ma anche di cooperazione tra le varie municipalità all’interno dell’Unione europea. La questione ha molte sfaccettature complesse. Ciò che balza agli occhi è la gestione concreta della presenza di nuovi migranti in città. A suo parere, un dialogo politico costruttivo, su scala nazionale ed europea, dovrebbe occuparsi della redistribuzione dei rifugiati tra le varie città di uno Stato Membro. Occorre, infatti, evitare che solo alcune città si facciano carico della questione, trasformandola automaticamente in un problema. Un altro punto citato da Carlos Mascarelli Vilar riguarda il livello di consapevolezza e coinvolgimento delle realtà locali e regionali. In primo luogo, manca una conoscenza approfondita delle esigenze locali e, secondo, la questione finanziaria sfugge alle competenze territoriali. Sono gli Stati nazionali a decidere l’assegnazione dei fondi, mentre le autorità locali spesso non sanno come il proprio Stato distribuirà i fondi europei e, intanto, devono far fronte alla situazione nelle città, anche in mancanza di fondi.

Thomas Jezequel conferma le osservazioni del collega e mette in risalto che finora le città non sono state abbastanza coinvolte nella ricerca di soluzioni efficaci e nella distribuzione dei migranti, nonostante si siano trovate a gestire la crisi e abbiano fatto del loro meglio per accogliere i rifugiati e integrarli nel sistema scolastico e sanitario. Alcuni governi, come quello di Atene e Barcellona, si sono mostrati insoddisfatti della gestione dei fondi. Altri, come quello svedese, hanno stanziato un miliardo in più alle autorità locali. Sull’assegnazione dei fondi, Thomas Jezequel solleva un punto molto importante: non è pensabile spostare i fondi già suddivisi tra gli Stati Membri per altre finalità, a meno che non si vogliono creare nuovi squilibri. “Abbiamo bisogno di fondi extra, invece che di trasferire fondi già stanziati da una parte all’altra”.

Sabrina Iannazzone

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