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L’Europa come obiettivo d’Investimento: la partecipazione dell’investimento privato.

23/aprile/2016

Si è tenuta a Bruxelles la conferenza di alto livello organizzata dall’European Political Strategy Centre, il think-tank interno alla Commissione Europea, sul tema “l’Europa come obiettivo di investimento”. La conferenza ha visto partecipi circa 200 tra think-tanks, istituzioni finanziarie, fondi di private equity e venture capital, in quello che si è configurato come un ‘punto della situazione’, post-crisi, sulle strategie Europee per rilanciare competitività e innovazione. Tra gli speaker, presenti top managers (da Cisco al McKinsey Global Institute), economisti (OECD), rappresentanti ministeriali (vice-premier belga e funzionario francese dei Finanziamenti UE) e investitori. Al termine di ciascun dibattito, i discorsi ufficiali del presidente BEI (Banca Europea Investimenti) Werner Hoyer, del vice-presidente Commissione Europea su Lavoro Crescita e Investimenti Jyrki Katainen, e per finire del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker.

L’impatto dell’ultima crisi economica sui fronti di occupazione e competitività in Europa è stato significativo, allargando la distanza con gli USA in termini di investimento in innovazione (dal 15 al 60%), sviluppo infrastrutturale (per circa 3.300 miliardi di Euro) e know-how (un terzo degli ingegneri della Silicon Valley è emigrato dall’EU). Se, come sostiene Juncker, il 2016 è l’anno della rinascita, l’Europa dovrà «irrobustire le sue basi» e procedere «con ambizione» ma più «saggiamente». In generale, la frammentazione normativa è uno dei maggiori ostacoli, sia a livello macroeconomico che a livello di ecosistema imprenditoriale: rallenta la ripresa, ostacola gli investimenti privati (rendendo quasi impossibile l’internazionalizzazione delle start-up) e in generale lo sviluppo di una trasformazione energetica e digitale.

Sul fronte istituzionale, pertanto, la EU sarà orientata a trasformare questo scenario in una struttura normativa omogenea di base che utilizzi l’eterogeneità culturale come tratto qualificativo esteriore, ossia come opportunità di segmentazione del mercato; per dirla con il capo-economista dell’OECD: un regulatory back office uniforme e un local front office differenziato. La fiscal union (e le politiche fiscali) è solo il primo passo di una più ampia serie di riforme strutturali necessarie, da affiancare alla politica monetaria (o quantitative easing, da sola insufficiente al completo rilancio).

Sul fronte degli investimenti e dell’innovazione, invece, la mobilitazione di capitali passa sempre di più attraverso soluzioni compartecipate (il cosiddetto ‘blending’). Non più solo finanziamento diretto di progetti ma anche, e sempre di più, sviluppo di investimenti privati (private equity, venture capital, public-private-partnerships) con banche di sviluppo come la BEI nel ruolo di «supporto mirato»: da un lato riducendo il rischio di investimento (per favorire la bancabilità di progetti innovativi, considerati ancora ad alto rischio), dall’altro facilitando lo sviluppo dei progetti stessi e l’investimento privato.

«Lo sviluppo infrastrutturale è possibile solo condividendo il rischio» sottolinea Juncker, e gli EFSI sono proprio questo: fondi di garanzia della BEI che coprono il rischio di progetti considerati strategici per lo sviluppo della UE in settori come l’energia, l’innovazione tecnologica e digitale, i trasporti e le PMI. Accanto a questi fondi, inoltre, la BEI offre due facilitatori di accesso: il programma di advisory EIAH tramite cui accrescere la bancabilità dei progetti sviluppati, e il portale EIPP di collegamento tra progetti e investitori privati.

A fine Marzo 2015, la BEI ha già raggiunto il 25% del suo obiettivo finale (40% per la parte concernente le PMI), coprendo circa 78 miliardi in progetti con 10 miliardi di investimento. I casi studio di maggior successo hanno visto fondi (come il Copenhagen Infrastructure Partners) o aggregatori di start-up (come Innovate UK e la svedese VINNOVA) instaurare un dialogo bilaterale, con la BEI e con le PMI, per coordinare la selezione dei progetti finanziati; nel caso francese invece, lo Stato stesso ha istituito un ufficio unico per la pre-selezione di «progetti candidati», ottenendo una percentuale di successo del 62%. EFSI consente anche il finanziamento di progetti anche complessi come il retrofit energetico di un intero distretto metropolitano: ciò è possibile utilizzando le associazioni come aggregatori di interessi individuali, come nel caso della francese POSIT’IF. Il presidente della BEI, Werner Hoyer, auspica per il futuro un più omogeneo modello di aggiudicazione dei fondi tra i 28 Stati membri e una uniforme distribuzione tra soggetti pubblici e privati. Mentre gli investitori/imprenditori europei, tradizionalmente meno ‘seriali’ di quelli oltreoceano, hanno così l’opportunità di attivare e mantenere una cooperazione con le suddette piattaforme UE, gli Stati dovranno impegnarsi a creare la stabilità politico-normativa necessaria all’acquisizione del rischio d’impresa/d’investimento.

Per dirla con Juncker «un buon investimento è una partnership»: le strutture ci sono, le opportunità anche, non resta che rimboccarsi le maniche.

Lucia Fuselli

staff leader in AssociazioneEuropa2020

nei settori Energia e finanziamenti Europei alle PMI.

Esperta internazionale nel settore energia,

lavora alla London Business School come Ricercatrice a progetti Europei

(FP7 e H2020 framework) sull’efficienza energetica in ambiente urbano

 

 

 

 

 

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